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Le launeddas nella musica popolare sarda





Uno strumento tipico della tradizione musicale sarda sono le Launeddas. Molto diffuse soprattutto nell’area campidanese-cagliaritana è uno strumento di origini antichissime in grado di produrre armonie polifoniche.

L’uso delle launeddas è attestato in un arco temporale che va dalla preistoria, come si evince dal celebre bronzetto nuragico ritrovato ad Ittiri, rappresentante presumibilmente un suonatore di launeddas e, attraverso varie vicissitudini e con le modificazioni dovute al riuso, sino ai nostri giorni.

Le occasioni d’utilizzo, laiche o religiose, prevedevano l’esecuzione di brani originali; è credibile l’uso in rituali magici, come nel caso dei riti dell’argia, o altri riti simili  sino all’attuale uso religioso. Le launeddas accompagnavano i balli orgiastico-cultuali in cerchio attorno agli officianti o al fuoco dei riti primitivi balli che  erano  indissolubilmente legati al ciclo dell’annata agraria, svolta nei sagrati delle chiese o d’antichi siti sacri.

Leggiamo la descrizione riportata dall’Alziator, intellettuale e saggista sardo dello scorso secolo. 

Dal punto di vista etimologico l’origine del nome launedda è tutt’ora oscura. E nostra modesta opinione, poiché la questione è di competenza dei glottologi, che non sia del tutto da scartarsi la discendenza da lacuna attraverso il diminutivo lacunedda, da cui launeddas, in quanto (….) a Mandas ed a Solarussa questi nomi indicano corsi d’acqua e non ci pare improbabile che una volta si siano potute indicare come canna lacunedda (in cui lacunedda come aggettivo significherebbe presso a poco palustre) le canne che crescono lungo le rive dei fiumi, e cioè l’harundo donax, che costituisce appunto la materia prima con cui è costruito lo strumento. Questo è formato da tré canne di diversa lunghezza: una lunga una sessantina di centimetri, detta tumbu, una seconda lunga circa la metà, detta mancosa ed una terza qualche centimetro più corta di questa, detta mancosedda. Le tre canne terminano in una sorta di becco (cabizza), nel quale è l’ancia (linguazza).Le canne hanno quattro fori, esclusa la maggiore che ne è priva; nelle canne minori è anche una sorta di breve apertura verticale, coperta parzialmente di cera, che serve come da registro ed è detta  arrefìnu. L’insieme dello strumento è detto cunzertu (concerto) o giògu (giucco), ed ogni cunzertu prende nome dalla sua particolare tonalità: organu, viuda, fìorassiu ecc. Ogni suonatore ha più tipi di launeddas, che conserva in un astuccio cilindrico, sovente di cuoio, detto straccasciu. Lo strumento, che appare chiaramente del tipo aerofono ad ancia semplice battente, è molto interessante per il modo con cui è suonato: infatti l’esecutore non vi inspira l’aria,ma la espira. […]

Altro strumento di grande antichità è il sonettu de canna-, oggi totalmente scomparso e ricordato a mala pena da qualche raro anziano nell’area rurale. Una testimonianza dell’Angius lo dava già «usato da pochissimi» nei primi decenni del secolo scorso e lo descriveva «formato di molte canne dispari
congiunte sulle quali si passano le labbra introducendovi il fiato».

Si tratta, è evidente, del flauto di Pan, tuttora presente nella tradizione popolare italiana come fìrlinfeu ecc. Oggi, con la parola sonettu, si indicano tanto la fisarmonica come la piccola armonica da bocca, entrambe assai usate dalla musica popolare suarea cagliaritana. ( Francesco Alziator-la città del sole)

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